“I Consultori Familiari sono servizi territoriali di prossimità”.
“Le prestazioni sono erogate nell’ambito della presa in carico multidisciplinare della donna, dei minori e della famiglia da parte del Consultorio”.
Sono due delle indicazioni che la Delibera Regionale n. 3720 dello scorso dicembre aggiorna per assicurare il funzionamento dei Consultori Familiari accreditati da Regione Lombardia. Si tratta di un aggiornamento, in particolare il secondo, che modifica in modo strutturale le modalità di offerta e di funzionamento dei servizi consultoriali. In breve:
- si introduce la definizione di “prossimità” attraverso la modalità “a libero accesso” e quindi non è i più necessario disporre di una prescrizione medica per accedere al servizio;
- il Consultorio non è più assimilato ai “servizi specialistici ambulatoriali”.
Ci soffermiamo su questo secondo elemento di aggiornamento: su quale elemento è centrata la differenza tra Consultorio e “ambulatorio specialistico”?
LA MULTIDISCIPLINARIETA’ DELLA PRESA IN CARICO.
Ma come si concretizza operativamente la multidisciplinarietà nel rispondere ai bisogni delle persone, coppie, famiglie o nell’impostare e realizzare le attività di prevenzione e promozione della salute?
Il Consultorio è per definizione legislativa (L. 405/1975) composto da più professionalità, che intervengono avvalendosi di conoscenze scientifiche e competenze tecniche afferenti a diverse discipline teoriche, cliniche, mediche, di assistenza. I Consultori Familiari d’ispirazione cristiana operano, sono strutturati, in modo del tutto aderente a questa composizione multidisciplinare della propria offerta di servizio. Ma il modo di valutare, progettare e realizzare la presa in carico multidisciplinare delle persone non può essere la semplice sommatoria delle diverse professionalità che operano in Consultorio. Perché e quali elementi qualificano i Consultori Familiari d’ispirazione cristiana nell’assumere questo compito della multidisciplinarietà?
Proponiamo un breve contributo che Mons. Mario Spezzibottiani, allora Moderator Curiae della Diocesi di Milano, propose nel Convegno di FeLCeAF nel 2005 citando un testo del Cardinale Dionigi Tettamanzi del 1985:
“(…) la considerazione dell’uomo come “totalità unificata” ha portato – e deve continuare a portare – i nostri Consultori a darsi «strumenti adeguati a superare le possibili forme riduttive e per servire l’uomo come un tutto unitario. In particolare sono da ricordarsi, peraltro come elementi centrali e qualificanti, il lavoro in équipe e la figura del consulente familiare: il loro scopo e ruolo è appunto di non scomporre l’uomo nella diversità dei suoi problemi e delle sue esigenze, bensì di raggiungerlo e di aiutarlo a crescere come unità indivisa e indivisibile, come un “io” che progetta e costruire la sua storia”.
Il lavoro di equipe dei professionisti che operano in Consultorio è lo strumento che assicura l’integrazione, tratto determinante della qualificazione e della qualità della presa in carico consultoriale, differenziandola da qualsiasi altra risposta “specialistica” monoprofessionale che, in gergo, si definisce “ambulatoriale”.



