Carissimi,
ricordare ogni anno l’anniversario della morte del caro don Edoardo, diventa l’occasione, per tutti noi, di ringraziare il Signore del dono grande che lui è stato per la sua famiglia, per la sua comunità parrocchiale, per noi tutti che, in diversi rapporti e tipo di legami, l’abbiamo conosciuto ed incontrato.
E’ stato anche una presenza significativa per tutta la Chiesa di Bergamo ed altre diocesi Italiane che hanno beneficiato della sua preziosa competenza in campo sociale ed educativo e una risorsa pastorale nel vivere con entusiasmo il suo generoso servizio sacerdotale.
Pensando in questi giorni a don Edoardo e alla sua personalità, mi è venuto spontaneo pensare alla virtù della mitezza, così come è formulata nel Vangelo di Matteo al capitolo V, 5: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”.
Noi che, ogni giorno, soprattutto di questi tempi, siamo assaliti da notizie di violenza, e siamo saturi di comportamenti presuntuosi e arroganti, assuefatti da continue comunicazioni su guerre tra un popolo e l’altro… oggi, più che mai, desideriamo cercare volti di persone o ascoltare fatti che ci ispirano un po’ di calma e di saggia ragionevolezza.
Non era per scappare o far pelare la “patata bollente” a qualcun altro, ma far maturare l’atteggiamento idoneo per crescere in una misura e stile di Chiesa simile alla vita di famiglia.
Credo che, in fondo, don Edoardo avesse assimilato in se stesso quell’atteggiamento di mitezza che Gesù descrive di sé e lo raccomanda ai suoi discepoli.
Anch’essi sono chiamati a conformarsi a Lui ed a Lui fare riferimento, come modello autentico e sorgente rigenerante di mitezza e comprensione:
“Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».
(Mt 11, 28-30).
Un secondo aspetto che ritengo sia uno dei frutti di chi coltiva il dono e la forza della mitezza e che ho potuto trovare in don Edo era la capacità di rendersi accostabile.
Potremmo dire, con un’immagine oggi facilmente usata, che don Edoardo era una persona “a bassa soglia”.
Le “barriere”, che a volte crescono in noi per diversi motivi e, di conseguenza, ci rendono poco accostabili o, addirittura, “ci fanno sentire preziosi”, in don Edo erano oggetto continuo di un suo intenso lavoro spirituale personale.
Mi è capitato più volte, e in diverse occasioni, di condividere con don Edoardo alcune
situazioni di tensione che riguardavano il mio rapporto con lui, oppure avvenimenti conflittuali durante incontri e dibattiti tra preti oppure commentando argomenti appresi dallo studio o dall’attualità.
Mi ha sempre stupito la sua capacità di non essere precipitoso, ma di rilanciare domande per capire bene di cosa si stesse parlando.
Inoltre mi pareva che il suo modo di parlare cercasse di assumere una prospettiva più ampia di ciò che, in concreto, si stesse parlando.
E questo non perché non volesse rispondere, ma per inserire l’argomento in un contesto più ampio, capace di renderlo più comprensibile.
E la risposta che ne derivava non era categorica ed univoca, ma si apriva a diversi punti di vista che, spiegati, chiedevano di essere “soppesati” prima di giungere ad una conclusione definitiva o di formulare un giudizio.
E questo aiutava solitamente a stemperare gli animi e lenire un clima di tensione, riportandolo ad una ragionevolezza capace di far maturare e far crescere azioni concrete di riconciliazione, di condivisione e di comunione.
Alcune volte succedeva che, per riuscire in questo intento, usasse anche delle strategie come battute ironiche o facesse finta, tutto d’un tratto, di cambiare l’oggetto della conversazione.
Don Edoardo si rendeva accostabile trovando per tutti un “buco” nella sua agenda artigianale portatile dove inserire l’appuntamento e senza farlo pesare e dicendo:
“Guarda, se vuoi quel giorno sono lì, proprio nei tuoi paraggi e si potrebbe fare…”.
La mitezza, lo rendeva, ancora prima che papa Francesco ne forgiasse l’espressione, esempio concreto di una Chiesa e di un ministero “in uscita”.
E succedeva sovente che chi l’avesse incontrato, per diverse ragioni, avesse percepito di aver parlato non con un tecnico o “un esperto” ma con un amico con cui volentieri si parla e ci si confida.
Questi due aspetti della persona di don Edoardo come ci sono preziosi da evocare oggi, in questa sentita celebrazione.
Queste considerazioni non vogliono essere occasione di rimpianto o di nostalgia, ma ricordi “vivi” e “rigeneranti” di una rinnovata volontà di seguire Gesù da discepoli perché, anche oggi, la mitezza di Cristo arrivi, anche attraverso il nostro cuore e le nostre azioni, ai fratelli e le sorelle che con noi condividono lo stesso fine: diventare discepoli autentici di Gesù.



