Le Regole SSR 2026 mi pare assegnino un riconoscimento importante ai Consultori Familiari nel ruolo delle politiche di prevenzione, superando una concezione meramente accessoria o residuale del servizio.
Mi pare anche che le Regole siano attraversate da una razionalità di fondo che, seppure non sempre esplicitata, orienta in modo significativo le scelte organizzative, le priorità di investimento e la ridefinizione dei ruoli dei servizi territoriali, e per quel che ci interessa dei Consultori Familiari. Ad una prima lettura mi è parso di poter scorgere quelli che possono essere i presupposti impliciti che agiscono come cornice interpretativa silenziosa, rendendo alcune opzioni “naturali” e altre difficilmente pensabili.
Un primo presupposto implicito riguarda la fiducia quasi assiomatica nella tecnologia come abilitatore universale del sistema. Digitalizzazione dei percorsi, unificazione delle piattaforme, telemedicina e sistemi di monitoraggio vengono assunti come leve primarie di efficientamento e di miglioramento dell’accessibilità. In questa prospettiva, la tecnologia appare non solo come strumento, ma come soluzione in sé. Resta tuttavia sullo sfondo il tema delle competenze digitali reali di operatori e cittadini, in particolare delle famiglie più fragili, che costituiscono il principale bacino di utenza dei consultori. L’assunto implicito è che l’innovazione tecnologica produca automaticamente equità e prossimità, quando invece rischia, se non accompagnata educativamente, di amplificare disuguaglianze già esistenti.
Un secondo presupposto riguarda l’idea che l’integrazione tra servizi possa essere garantita principalmente dalla prossimità fisica o funzionale, come nel modello delle Case di Comunità. La collocazione dei consultori all’interno del Polo Territoriale viene presentata come condizione sufficiente per superare la storica frammentazione tra sanitario, sociale ed educativo. Questa visione sottintende che la co-presenza generi automaticamente collaborazione, trascurando il fatto che l’integrazione è prima di tutto un processo culturale, professionale e relazionale, che richiede tempi, linguaggi condivisi e dispositivi di riflessione congiunta. In assenza di tali condizioni, il rischio è una integrazione solo formale, più architettonica che sostanziale.
Un ulteriore presupposto concerne la centralità della misurazione quantitativa come principale indicatore di qualità. L’enfasi su indicatori di performance e flussi informativi presuppone che ciò che è misurabile sia anche ciò che è più rilevante. Questa impostazione tende a privilegiare prestazioni, volumi e tempi di risposta, lasciando in ombra le dimensioni qualitative del lavoro consultoriale: la costruzione dell’alleanza, la fiducia, la trasformazione delle competenze genitoriali, la maturazione di capacità riflessive. L’assunzione implicita è che la qualità coincida con ciò che può essere contabilizzato, mentre proprio il valore educativo e preventivo dei consultori si gioca spesso su esiti non immediatamente traducibili in indicatori standardizzati.
Le Regole sembrano inoltre muoversi a partire dall’idea che i Consultori Familiari possano fungere da “ammortizzatori” del disagio sociale emergente, in particolare sul fronte del disagio giovanile e della salute perinatale. A fronte di una crescente complessità dei bisogni, si attribuisce ai consultori un ruolo di intercettazione precoce, presa in carico e accompagnamento integrato. L’assunto implicito è che tali servizi dispongano, o possano rapidamente acquisire, le risorse professionali, organizzative e simboliche necessarie a sostenere questo carico, senza entrare in sovrapposizione o tensione con i servizi specialistici. Il rischio è contenuto in una scarsa consapevolezza della necessità di accompagnare un rafforzamento strutturale.
Un ulteriore presupposto riguarda la centralizzazione come via privilegiata per l’ottimizzazione economica e gestionale. L’unificazione dei sistemi, gli acquisti centralizzati e la standardizzazione delle procedure sono assunti come intrinsecamente più efficienti rispetto alla differenziazione locale. In questa visione, l’omogeneità viene privilegiata rispetto alla capacità di risposta situata ai bisogni dei territori. Ciò implica l’assunzione che la conoscenza locale e la flessibilità organizzativa siano meno rilevanti delle economie di scala, anche in ambiti, come quello consultoriale, fortemente dipendenti dal contesto sociale e culturale e per altro, punto di forza della specificità identitaria del servizio.
Mi pare, in linea generale e nel loro insieme, che questi presupposti disegnano un sistema che potremmo definire ad alta razionalità infrastrutturale, ma che rischia di dare per scontata la dimensione educativa e relazionale su cui, in realtà, si fonda gran parte dell’efficacia dei consultori. Occorre evitare il rischio che le promesse di integrazione e prevenzione restino affidate a automatismi organizzativi più che a processi intenzionalmente costruiti.
Prof.ssa Livia Cadei - Presidente CF



