Oggi incontriamo don Giacomo Roncari, neo eletto nel direttivo FeLCeAF. Don Giacomo, ci racconta qualcosa di lei e del suo percorso?
Sono sacerdote da ventiquattro anni, ho 51 anni e da otto sono a Pioltello e oggi responsabile della comunità Maria Madre delle Genti di Pioltello. È una realtà particolare, in cui convivono ben 104 nazionalità diverse e circa 24.000 abitanti: un contesto che mi porta a vivere ogni giorno il dialogo tra culture, religioni e sensibilità differenti, cercando di costruire relazioni di ascolto, di aiuto e di fiducia. In un territorio come questo le fragilità si concentrano e i percorsi per trovare risposte non sono mai semplici né immediati. È proprio qui che ho compreso ancora di più il valore del consultorio, inteso nel suo significato più autentico: un luogo capace di prendersi realmente cura delle persone e di accompagnarle nei momenti di maggiore difficoltà.
Che tipo di formazione ha ricevuto?
Il mio percorso di formazione si è svolto in diverse realtà: ho studiato Teologia a Bologna e Ravenna, Teologia pastorale a Padova e Psicologia della formazione vocazionale presso il Salesianum a Venezia. È una formazione composita che mi ha aiutato ad allargare lo sguardo e a confrontarmi con esperienze ecclesiali differenti.
Quali esperienze pensa possano essere utili all'interno del direttivo FeLCeAF?
Credo che possano essere preziose due dimensioni del mio percorso. Da una parte il mio ministero sacerdotale, dall'altra il ruolo di presidente della Fondazione Centro per la Famiglia Cardinale Carlo Maria Martini. Come sacerdote sono chiamato ogni giorno ad accompagnare persone e famiglie, cercando risposte che siano coerenti con il Vangelo. Questo significa confrontarsi continuamente con questioni etiche e morali molto complesse, senza avere sempre soluzioni immediate, ma cercando insieme strade percorribili. Penso di poter portare proprio questo: le domande che incontro ogni giorno e l'esperienza di una ricerca condivisa, mettendola a disposizione del lavoro comune del direttivo.
Che cosa l'ha spinta ad accettare l'incarico nel direttivo di FeLCeAF?
In realtà non si è trattato di un'autocandidatura. Mi è stato chiesto di entrare nel direttivo proprio per il duplice ruolo di sacerdote e di presidente della Fondazione. Credo abbia inciso anche il mio percorso formativo, che non si è sviluppato esclusivamente all'interno della Diocesi di Milano. Pur essendo figlio della Chiesa ambrosiana, ho studiato in contesti ecclesiali diversi, maturando uno sguardo più ampio. Fin dagli anni della formazione ero mosso da uno spirito missionario che mi portava a cercare i luoghi dove c'era più bisogno. Ho sempre amato i confini larghi: mi danno respiro. I confini troppo stretti, invece, mi tolgono l'aria.
Quali ritiene siano le principali sfide che FeLCeAF dovrà affrontare nei prossimi anni?
Le sfide sono molte. La prima è imparare a lavorare sempre di più insieme, mettendo realmente in rete competenze, professionalità e risorse. All'interno della federazione ci sono persone molto preparate: dobbiamo riuscire a condividere queste competenze perché possano diventare patrimonio comune.
Ad esempio?
I percorsi di formazione etica e morale costruiti insieme, che possano essere una risorsa non solo per i consultori, ma anche per i vescovi della nostra regione. I professionisti che operano nei consultori possono offrire un contributo prezioso anche alla riflessione teologica. Una seconda sfida riguarda il tema della famiglia e dell'accompagnamento degli adolescenti. FeLCeAF potrebbe diventare un punto di riferimento regionale, collaborando maggiormente con gli oratori e con la pastorale familiare per costruire percorsi condivisi. Anche il dibattito sulla riforma dell'educazione affettiva ci interpella: dobbiamo chiederci quale contributo possiamo offrire. Infine, ritengo fondamentale rafforzare il dialogo con Regione Lombardia, affinché l'attenzione verso le persone e le famiglie più fragili non venga mai meno.
Ci sono progetti o iniziative che considera prioritari?
Credo che uno degli ambiti da ripensare sia quello dei percorsi di preparazione al matrimonio. Le nostre proposte devono trovare uno spazio nuovo. Dobbiamo chiederci quale valore aggiunto possiamo offrire oggi. Alcuni temi tradizionali, come i metodi naturali o gli aspetti esclusivamente giuridici, rischiano di essere percepiti come lontani dalle domande delle giovani coppie. Occorre intercettare meglio i bisogni reali. Un altro ambito fondamentale è il dialogo con la pastorale giovanile, che oggi mi sembra ancora troppo debole. Lavorando insieme potremmo sviluppare nuovi percorsi e offrire strumenti concreti agli educatori degli oratori per riconoscere precocemente le situazioni di fragilità. Mi piacerebbe anche sperimentare la presenza di sportelli di ascolto all'interno degli oratori. Personalmente inizierò un'esperienza nella scuola dell'infanzia della mia comunità pastorale con uno sportello pedagogico rivolto ai genitori e agli insegnanti, nato dall'aumento delle situazioni di difficoltà che incontriamo nei bambini e di accompagnare i genitori. Penso che un modello analogo potrebbe essere sviluppato anche negli oratori, dedicando uno spazio specifico agli adolescenti e alle loro famiglie.
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