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Don Renzo Caseri insegna Teologia morale sociale e familiare nella diocesi di Bergamo, ed è consulente etico presso il consultorio familiare. Ha collaborato con don Edoardo Algeri nella pastorale familiare diocesana e regionale. Accompagna le persone divorziate risposate in attuazione di Amoris Laetitia ed è coadiutore parrocchiale. Ha recentemente pubblicato un libro dal titolo “Forme evangeliche del sociale”, nel quale sostiene che il Vangelo non offra soluzioni preconfezionate, ma insegni a “pensare in modo diverso”. Lo abbiamo incontrato per fargli qualche domanda e per comprendere come i contenuti del suo libro possano essere applicati alla vita consultoriale.

Don Renzo, in che modo i consultori familiari possono essere luoghi che aiutano le persone non solo a risolvere problemi, ma anche a maturare uno sguardo nuovo sulle relazioni, sulla famiglia e sulla responsabilità verso gli altri?

Credo che oggi ci sia realmente bisogno di un nuovo pensiero sulla famiglia, partendo dalla realtà ovviamente, ma senza appiattirsi su di essa. Non basta dire che la famiglia tradizionale è finita o che ogni forma di relazione è “famiglia”. Lo sguardo evangelico ci apre a una prospettiva dove la profondità dei legami è costitutiva di una nuova identità. Gesù parla del «Padre mio e Padre vostro» e di noi dice «siete tutti fratelli». L’aspetto istituzionale della famiglia è importante, ma prima di tutto è «un’intima comunione di vita e di amore» come dice la Gaudium et Spes. Chi si prende cura dei legami? Si ricorre al Consultorio quando questi vanno in crisi, quando c’è bisogno di mediazione e prima? Chi educa all’amore, alla fiducia reciproca, alla fedeltà, al perdono? Dovrebbe essere ancora la famiglia! Non possiamo pensare di contrastare l’onda dei social che ci sommerge quotidianamente. La risposta alla complessità del mondo moderno è nella semplicità dell’essenziale.

Cioè?

Amiamo realmente la famiglia quando siamo capaci di dargli la priorità. I Consultori dovrebbero focalizzarsi su “ciò che conta realmente”. Nei miei colloqui ho trovato chi motiva una separazione dicendo: «Perché voglio stare bene», come se fosse possibile esserlo da solo o sapendo che i tuoi figli stanno male. Potremmo ridirci alcuni «punti fermi» che caratterizzano la nostra vocazione a servizio delle famiglie.

Lei afferma che il discernimento è un’opera collettiva e che occorre cercare “ciò che è meglio”, soprattutto per i più fragili. Questa prospettiva può diventare un metodo di lavoro per i consultori nell’accompagnamento di coppie, genitori e giovani?

Il discernimento non è un calcolo delle convenienze. Non si prendono decisioni, che coinvolgono relazioni significative, solo pensando ai vantaggi o svantaggi che comportano. Discernere è saper valutare, dopo aver ascoltato e meditato. Il consulente non dice a una persona “cosa deve fare”, ma lo mette nella condizione di poter decidere “per il meglio”. Non c’è solo il bene o il male, la ragione o il torto, la fatica è capire come mi devo comportare in questa particolare situazione, tenendo conto di chi è maggiormente in difficoltà e in sofferenza. Crediamo di essere capaci di amare o di sapere che cosa comporti, ma ci siamo mai chiesti: «Perché ha senso l’amore?».

Come si risponde?

La risposta a questa domanda non è teorica, è nella testimonianza che sai dare nelle gioie e nelle fatiche di ogni giorno. Come metodo di lavoro si potrebbe partire da una frase di san Paolo «Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, vale a dire: ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Romani 12, 2). Aprire la mente, suggerire un nuovo sguardo sulla realtà, individuare insieme il passo possibile, stimolare “al meglio” che senti di poter fare. Nessuno è così incapace da non aver nulla da donare. Basta crederci.

Nel suo libro insiste sull’importanza della prossimità, della fraternità e del riconoscimento reciproco, superando la logica dell’“amico-nemico”. Quale contributo possono offrire oggi i consultori per ricostruire legami sociali e promuovere una cultura dell’incontro in una società sempre più frammentata?

Vorrei chiedere se nei nostri consultori si potesse evitare la parola «fragilità». Fragili sono le cose; le persone sono deboli. Dire a una persona che ha delle fragilità è come minare la sua capacità di affrontare la vita. Dirgli che ha dei punti di debolezza è evidenziare la forza che già possiede. «Quando sono debole è allora che sono forte» (2 Corinti, 12,10). San Paolo sta parlando di una «spina nella carne», di una sofferenza continua e invalidante che gli impedisce di fare quello che vorrebbe. Una crisi coniugale, un adolescente sintomatico, un conflitto parentale, la fine dell’amore romantico, fanno parte delle dinamiche famigliari. Aver idealizzato troppo la famiglia ha contribuito a renderla “fragile”, quanto l’averlo dichiarata superata. «Ama il prossimo tuo come te stesso» da questa frase di Gesù si trae la conclusione: «Per poter amare gli altri, prima devo amare me stesso». Indubbiamente l’autostima è alla base di una buona relazionalità, ma c’è chi finisce nell’ «Io prima di te!». Amare è dire all’altro: «Voglio che tu sia». Non dobbiamo meritarci l’amore, Dio ci ama perché esistiamo. Una cultura dell’incontro e non dello scontro, parte dal riconoscere l’altro in umanità, in quel legame di fratellanza originaria che ci unisce. Il Vangelo ci aiuta a capire che ciò che crea fraternità è soltanto l’amore. Quando qualcuno fa della sua vita un dono, genera nuovi rapporti, si crea un mondo nuovo. La vera forza trasformante del sociale è la carità. Per questo è significativa la presenza dei volontari. Mi chiedo se i nostri Consultori non possano essere anche dei laboratori di “amicizia solidale”. 

Lei richiama il valore del bene comune e della responsabilità sociale. Quale dovrebbe essere, a suo avviso, la missione specifica di un consultorio di ispirazione cristiana oggi: limitarsi a fornire servizi di qualità o diventare anche un soggetto educativo capace di generare partecipazione, fiducia e speranza nelle comunità?

Ricordo don Edoardo Algeri che diceva: «La famiglia il primo bene comune». Così papa Leone XIV «la famiglia è il bene sociale primario» e quando viene relegata a un ruolo marginale si compromette «la crescita autentica dell’intero corpo sociale» (Magnifica Humanitas, 165). Purtroppo il modello sociale che si è imposto in questi decenni è di tipo individualistico, anche il lavoro è centrato sullo stipendio dovuto al lavoratore senza pensare a chi sia. Mentre bisognerebbe partire dalla relazionalità familiare che questa persona vive. Mettere al centro la famiglia non significa solo destinarle degli aiuti, ma farla diventare il «criterio politico» di uno Stato. Perché i figli non dovrebbero contare quando c’è da votare? Oppure prendiamo il fisco su chi è calibrato? La sussidiarietà è stata introdotta nella Costituzione (Art. 118), ma l’attuazione di questo principio non va inteso nell’aiuto che va dato quando una famiglia non ce la fa da sola, piuttosto esso consiste nel prevedere che lo Stato metta ogni famiglia nella condizione di raggiungere i propri obiettivi, che sono avere una casa, garantire sostentamento e educazione dei figli.

Ci spieghi meglio…

Si tratta di prevedere e provvedere, non soccorrere! Così per i Consultori, l’attuale sistema legato alle prestazioni va ripensato a partire da un programma di pianificazione dove si stabiliscono obiettivi, si garantiscono risorse, si verificano risultati, a medio e lungo termine. Promuovere la «soggettività sociale della famiglia» è prima di tutto metterla in grado di essere se stessa. La rete dei consultori è stata pensata come un sistema operativo a servizio della famiglia in toto. Garantire una buona qualità dei servizi è importante perché è segno della cura delle relazioni, ma mettere al centro la famiglia è offrirle la possibilità “di fiorire”. I nostri Consultori potrebbero interagire con scuole, comuni oratori, centri culturali, per un tessuto sociale, economico e politico, centrato sulla famiglia? Un bene è “comune” perché è cosa preziosa per tutti e ognuno nel proprio ambito dovrebbe averlo a cuore.    

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