Diane e Marco Lombardi sono marito e moglie e da circa tre anni sono vice direttori dell’Ufficio per la Pastorale Familiare della diocesi di Brescia. “Il nostro è stato inizialmente un tempo di osservazione ed esplorazione, che ci ha permesso di entrare gradualmente nella realtà dell’Ufficio per la Pastorale familiare. Collaboriamo strettamente con il consultorio diocesano e, attraverso questo lavoro condiviso, abbiamo uno sguardo piuttosto ampio sulle famiglie del territorio.
Come è cambiata la famiglia negli ultimi anni?
Rispetto al passato abbiamo percepito un cambiamento importante: se prima l’ufficio era orientato soprattutto al “fare”, oggi sentiamo forte la necessità di una pastorale dell’ascolto. Le famiglie non hanno bisogno solo di proposte, ma di essere accolte e accompagnate nelle loro fatiche.
Come stanno oggi le famiglie della vostra diocesi?
Le famiglie che incontriamo sono immerse in ritmi di vita molto intensi: lavoro, scuola, impegni dei figli, attività sportive, e spesso anche la cura dei genitori anziani. È la realtà delle cosiddette “famiglie sandwich”. Alla fine della giornata emerge una grande stanchezza, talvolta un senso di soffocamento. Non mancano i valori o il desiderio di volersi bene, ma manca il tempo – e spesso anche le energie – per coltivare le relazioni, soprattutto quella di coppia. Questa situazione rende difficile anche la partecipazione ai percorsi pastorali: spesso vengono percepiti come un impegno in più. Tuttavia, le coppie che riescono a partecipare li vivono come uno spazio prezioso, quasi raro, per fermarsi e dialogare. Un’altra difficoltà significativa è la solitudine: molte coppie si sono spostate per lavoro, anche da altre regioni, e faticano a costruire relazioni e una rete sul territorio. Inserirsi in una comunità richiede tempo, e questo oggi è un bene sempre più scarso.
Che tipo di richieste ricevete attraverso il vostro servizio?
Riceviamo molte telefonate, spesso cariche di fatica e fragilità. Emerge una complessità di situazioni che inizialmente non immaginavamo. Ci contattano persone in crisi di coppia, famiglie segnate da interferenze familiari molto forti, oppure situazioni legate a percorsi di vita complessi dei figli, come questioni legate all’identità o all’orientamento. Altre volte incontriamo genitori in difficoltà educativa o persone segnate da separazioni conflittuali, in particolare padri che vivono una forte solitudine e sofferenza. Ci sono anche richieste legate a disturbi dell’apprendimento o difficoltà emotive nei figli. In tutti questi casi, il nostro ruolo è spesso quello di primo ascolto e di accompagnamento verso le realtà più competenti, in particolare il consultorio diocesano o altre risorse del territorio. Di fatto, siamo diventati una sorta di “snodo” relazionale: ascoltiamo, accogliamo e mettiamo in rete.
Esistono servizi sul territorio che potrebbero rispondere a questi bisogni?
Sì, i servizi esistono, anche a livello pubblico. Tuttavia, spesso le persone arrivano a noi attraverso i sacerdoti o il passaparola. Noi cerchiamo di orientarle e accompagnarle, facilitando il contatto diretto con le realtà più adeguate, evitando passaggi inutili. La collaborazione con il consultorio è fondamentale, anche se in gran parte si basa su relazioni personali e fiducia reciproca. Negli ultimi tempi abbiamo anche potenziato la comunicazione, soprattutto attraverso i social, per rendere più visibili le proposte e le opportunità.
Quali sono, secondo voi, le urgenze più importanti per il futuro?
Una delle urgenze più forti riguarda le coppie mature, spesso insieme da 30 o 40 anni, che entrano in crisi. È un fenomeno in crescita, che ci ha sorpresi. Molte di queste coppie, dopo aver vissuto una vita impostata sul dovere – famiglia, figli, lavoro – arrivano a una fase in cui desiderano qualcosa di diverso, una sorta di “secondo tempo” della vita. Questo può mettere in discussione tutto il percorso fatto insieme. Sentiamo quindi la necessità di immaginare percorsi di accompagnamento per coppie già in crisi e proposte formative preventive, per aiutare a rileggere la relazione prima che si rompa.
Come immaginate il lavoro pastorale nei prossimi anni?
Abbiamo capito che non basta aspettare le famiglie: bisogna uscire, andare incontro, entrare nelle loro realtà quotidiane. L’ascolto è il punto di partenza. Non possiamo più misurare tutto in base ai numeri. Anche pochi incontri, se autentici, possono avere un grande valore. L’importante è esserci: ascoltare, osservare, accompagnare. È una conversione pastorale che richiede tempo, ma che sentiamo necessaria.



