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I Consultori Familiari costituiscono uno dei grandi mondi in cui emerge la creatività dei credenti nel dare vita a opere educative, di servizio alla persona che oggi, aldilà delle forme giuridiche che di volta in volta si ritengono più opportune, testimoniano della passione della Chiesa per il mondo, della passione di Cristo per l’uomo. Non si tratta di creare semplicemente “cose cattoliche” ma della capacità della Chiesa di stimolare la messa in rete di soggetti diversi attraverso quella dimensione oggettiva di comunione che la Chiesa custodisce, che non è semplicemente rappresentata dal Vescovo come principio gerarchico, ma è un senso del “tutto” che si esprime nell’attenzione al “frammento”, perché come direbbe Von Balthasar: “il tutto è nel frammento”. Questa attenzione e capacità dobbiamo ricordarle continuamente e aiutarle a realizzarsi secondo i criteri che Papa Francesco ci ha consegnato nell’Evangelii Gaudium: il tutto è superiore alla parte, il tempo è prioritario rispetto allo spazio, ecc..
Queste chiavi di lettura sono fondamentali perché il rapporto Chiesa-mondo , così come disegnato dal Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes, non l’abbiamo già attuato ovunque con lo stesso stile di servizio, la stessa sapienza di fermento e di promozione, con una Chiesa che “esce” senza abbandonare la sua identità ma per andare alle frontiere, alle periferie a portare il meglio della propria esperienza umana, come diceva Paolo VI: “maestra di umanità, esperta di umanità”.
La Chiesa è esperta di umanità dando vita e sostenendo anche esperienze come i Consultori Familiari che hanno come caratteristiche straordinarie: la laicità e la professionalità. Opere e realtà che sono eccellenze per la cura dei contenuti, dei processi, dei metodi, delle persone, e per la messa in rete che fa sì che nessuno assolutizzi il proprio vissuto, la propria visione.
Tutto questo entra in campo nel momento in cui la normativa ci chiede di ricollocarci, a volte sentendoci stretti dentro alcuni paletti normativi o esigenze burocratiche, altre volte offrendoci delle opportunità. Non entro negli aspetti tecnici di queste decisioni ma raccomando a tutti noi di affrontarle superando l’opposizione tra le soluzioni estreme: tutto Stato o tutto mercato. Tenendo conto che oggi anche lo Stato a volte si piega totalmente al mercato e quindi scompare.
Qual è per noi la “terza parola” ? Negli scorsi anni si diceva “meno Stato, più società”, io direi “più comunità” civile e sociale. Collocarsi in questa posizione “intermedia” chiede una fatica che non va temuta o evitata perché nel momento in cui non la facessimo più vorrebbe dire che siamo caduti inavvertitamente in uno dei due estremi , siamo diventati o dei burocrati o delle aziende, puramente aziende anche se di servizi assistenziali, che potrebbero essere esercitati da qualsiasi ente pubblico o, a pagamento, da qualsiasi privato. L’ispirazione cristiana, il riferimento ecclesiale, ci fanno tenere insieme queste polarità, non considerandole della antinomie, “aut…aut” , ma un “et…et” che non è segno di salomonica oscillazione tra i due poli ma è creatività, per individuare appunto una terza via.
La “terza via” ha contenuti che i Consultori FeLCeAF testimoniano già in modo coerente con l’ispirazione: sicuramente il servizio alla persona intera, nella sua integralità, secondo un antropologia e un umanesimo integrali, attraverso una visione olistica che nello
stesso tempo è attrezzata di diverse competenze, in chiave multidisciplinare, in modo da cogliere, per esempio, come la maternità non sia solo questione ginecologica o ostetrica ma rientri in un processo di crescita, di vita familiare, di relazioni, di vita spirituale. La famiglia, la persona che si sente accompagnata in questa molteplicità di sensibilità e sguardi ha più “benefici” da portare a casa, nel momento in cui incontra una comunità che interagisce con tutte le dimensioni della persona. Il carattere d’integralità riguarda sia la persona sia la comunità, perché appunto nessuno da solo può aiutare qualcuno. Una visione intimistica di chi svolge la funzione di accompagnare, che sia il consulente, foss’anche lo psicologo o anche il padre spirituale, è una visione a rischio tanto più in un tempo nel quale siamo giustamente avvertiti anche sui rischi di abusi, che non sono solo sessuali, ma possono essere di coscienza, di potere, di vario tipo.
Solo un NOI, una collegialità in cui ciascuno è rispettato nella sua parte di servizio e deontologia, ma ha consapevolezza di una visione d’insieme, fa sì che le persone, le famiglie, le comunità restino al centro come soggetto protagonista di un cammino di autoformazione e promozione.
Il Consultorio non si sostituisce , non assume la “direzione” della vita degli altri, offre un accompagnamento, e questa è una traduzione pedagogica del principio di sussidiarietà che fa parte di tutta la dottrina sociale, e non si applica soltanto al rapporto tra le istituzioni ma anche al rapporto tra gli organismi, tra le persone in una reciprocità che articola in mille modi, con grande creatività, i vari servizi, secondo uno stile e una modalità d’intervento che si riconcilia con la libertà della persona.
La resurrezione di Cristo ci ha liberato perché restassimo liberi, noi dobbiamo riconciliarci ancora di più con la libertà delle persone, anche nelle proposte pastorali. Una libertà non come libertarismo ma come frutto di un processo generativo, per cui si è introdotti nella responsabilità, nell’autonomia, attraverso la cura dell’altro, rispettosa ed anche gratuita. Tutto questo coinvolge diverse professionalità e competenze: per questo l’altra nota distintiva che dovremmo avere è il saper lavorare in équipe valorizzando tutti gli apporti ed esaltando il frutto di un confronto continuo. Questo può avvenire dentro una struttura che deve certo mantenersi, deve produrre, pur non avendo finalità di lucro; è quindi importante che l’ispirazione si traduca in una buona gestione, in cui la sostenibilità e la qualità del servizio dipenderanno dagli investimenti che gli eventuali redditi consentono di mettere in campo. Valorizzando anche l’apporto del volontariato, che dà quel senso di famiglia, quella testimonianza di comunità che ha motivazioni più profonde del solo offrire un servizio professionale.
Rispetto alle scelte che state compiendo in ordine all’iscrizione al RUNTS, tutto questo significherà non perdere di vista chi siamo, la propria identità, la propria finalità. Mentre ci dobbiamo adattare ad un contenitore, far sì che questo non ci stravolga, senza opporre una resistenza incapace di dialogo ma testimoniando qual è la mission specifica del Consultorio come servizio rivolto alle persone, alle coppie, alla famiglie nelle condizioni che mutano nel nostro tempo e nel nostro contesto, con tutte le conseguenze anche di economia e di amministrazione che ne derivano.
Concludo sollecitando un confronto a partire da una domanda: come vi sentite, tra l’ispirazione cristiana, ecclesiale del Consultorio e le strutture che si profilano collocando i Consultori nel Terzo settore coi suoi vari regimi amministrativi e gestionali ?


Mons. Antonio Napolioni, Vescovo di Cremona, Delegato CEL per la famiglia e la vita

 

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